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Melograno

Punica granatum L.

Famiglia: Lythraceae
samhainpersefonevenereplutoneantenatisogliapiccolo popoloalberi da frutto
Melograno
Melograno
Melograno

La melagrana si apre a ottobre.

Non nel senso che matura soltanto in questo mese, anche se le prime balauste si raccolgono in autunno: si apre nel senso che il frutto troppo maturo, o colpito dall'umidità delle prime piogge, si fende da solo lungo la buccia, e l'interno viene alla luce. Gli arilli rosso granato, disposti in camere separate da membrane sottili, brillano dove la corteccia dura si è spaccata. È un'immagine precisa per questa settimana, per questo punto dell'anno.

Siamo alla vigilia di Samhain. Il velo è sottile. Quello che sta dentro viene alla luce.

Il melograno è la pianta di questa soglia. Non la sola, e non per caso: porta nel frutto la forma esatta di quello che questa settimana vuole dire. I semi sono numerosi, ammassati, ciascuno avvolto nel suo guscio traslucido di succo rosso. La tradizione li conta: se ne conti molti, l'anno sarà abbondante. Se li mangi, sei legato/a a quello che c'è dall'altra parte. Persefone lo sapeva, o forse non lo sapeva ancora quando lo fece.

In questa stagione, così vicina a Samhain, il melograno ha qualcosa da dire su quello che attraversa il confine e su quello che rimane dall'altra parte.

Botanica reale

Il melograno, Punica granatum, appartiene alla famiglia delle Lythraceae nella classificazione moderna, dopo essere stato a lungo il capostipite della sua famiglia autonoma, le Punicaceae. È rimasto per secoli solo nel suo genere con una sola specie di rilievo, il che dice qualcosa del suo carattere botanico: un'anomalia elegante, distante dagli altri, riconoscibile a distanza.

Il nome del genere, Punica, viene dal latino Punicus, cioè cartaginese, fenicio. I romani lo chiamavano malum punicum, la mela dei Cartaginesi, o malum granatum, la mela dei semi. I Fenici lo avevano diffuso lungo tutte le rotte commerciali del Mediterraneo: dalla terra d'origine, nell'arco che va dall'attuale Iran al nord dell'India, attraverso la Mesopotamia e l'Egitto fino alle coste africane e iberiche. A Cartagine il melograno era così comune da diventare il simbolo della città. Il nome italiano melograno, e il termine melagrana che indica il frutto, derivano entrambi dal latino malum granatum attraverso il lessico medievale.

La pianta è un arbusto o un piccolo albero deciduo, solitamente tra i tre e i cinque metri, con rami sottili che negli esemplari selvatici terminano spesso in spine. È straordinariamente longeva quando si insedia: alcuni esemplari nell'Iran e nell'Afghanistan raggiungono i duecento anni. La corteccia dei rami giovani è giallastra, quasi argentata; poi diventa grigiastra e si solca leggermente con l'età. Le foglie sono opposte, lanceolate, lucide, con la base spesso rossastra quando sono giovani.

I fiori sono tra i più spettacolari delle piante da frutto del Mediterraneo: tubulari, con cinque o più petali spiegati, di un arancio rosso acceso che si vede a distanza. Fiorisce da giugno a settembre, con rifioriture possibili fino all'autunno: in un melograno ben coltivato si trovano fiori aperti mentre i primi frutti sono già maturi. I fiori hanno una struttura insolita: la base si allarga in un calice carnoso a forma di corona, che dopo la fecondazione rimane e diventa parte del frutto. È quella corona secca e rigida che si vede sopra la melagrana matura, quella che in varie culture ha dato al frutto un'associazione con la regalità e con le corone dei sovrani.

Il frutto è tecnicamente una balausta, un tipo fruttifero unico nel suo genere: né drupa né bacca né capsula, con una buccia coriacea spessa di color giallo-rosso o rosso vivo, e l'interno diviso in camere da membrane bianche chiamate logge. Dentro ogni camera si trovano gli arilli: centinaia di semi ciascuno avvolto in una testa traslucida e succulenta, rossa, viola o quasi bianca a seconda della varietà. Sono gli arilli la parte commestibile: non il seme in senso stretto, ma il rivestimento carnoso del seme. Una melagrana media ne contiene tra i trecento e i cinquecento.

Il nome scientifico porta nel suo interno tutta la storia del frutto. Punica rimanda alla Fenicia e a Cartagine: sono stati i Fenici, e poi i Greci che avevano imparato da loro, a diffondere il melograno nel Mediterraneo. Granatum rimanda ai grana, ai semi, al numero come attributo fondamentale della pianta. I Greci della Magna Graecia portarono il melograno in Campania e in Sicilia quasi tremila anni fa: il melograno che cresce sulle colline della Campania e nei giardini siciliani ha una continuità culturale che va molto indietro nel tempo. In Italia si coltiva bene nella fascia costiera mediterranea, in Sicilia, in Sardegna, in Calabria, nel Lazio. Le estati più calde degli ultimi decenni lo rendono coltivabile anche in pianura padana, a patto di ripararlo dai geli tardivi.

Il melograno è nella Bibbia tra i sette frutti della terra promessa, nei papiri egizi come pianta dei giardini dei faraoni, nel Cantico dei Cantici come frutto del desiderio. È uno dei frutti domesticati più antichi dell'umanità.

Erboristica

Della melagrana si usa quasi tutto, ma in modo diverso. Il succo degli arilli, la buccia essiccata del frutto, la corteccia dei rami e delle radici portano ciascuna un profilo fitochimico distinto.

Gli arilli freschi sono ricchi di antocianine, i pigmenti che danno il colore rosso-viola, acido ellagico, vitamina C, flavonoidi e tannini idrolizzabili. Il succo di melograno ha uno dei valori antiossidanti più elevati tra i frutti comunemente consumati: studi ripetuti hanno documentato un'azione anti-infiammatoria, una riduzione dell'ossidazione delle lipoproteine a bassa densità, e un effetto positivo sulla pressione arteriosa. Gli arilli contengono punicalagin, un tipo di ellagitannino che nel metabolismo umano produce urolitine, molecole con effetti protettivi documentati a livello cellulare.

La buccia del frutto è la parte con la maggiore concentrazione di tannini, fino al quaranta per cento del peso secco. È fortemente astringente e antimicrobica: il decotto di buccia di melograno essiccata è un rimedio tradizionale per le diarree, per le infiammazioni della mucosa intestinale e per i problemi del cavo orale. La medicina ayurvedica e la tradizione araba medievale lo usano entrambe, con indicazioni sostanzialmente sovrapponibili, da molti secoli.

I semi, al di là degli arilli, contengono l'olio di melograno, ricco di acido punicico, un acido grasso della serie omega-5 raro in natura. In cosmesi, l'olio di semi di melograno è usato per le sue proprietà nutritive sulla pelle matura e per favorire la rigenerazione cellulare.

Un uso tradizionale documentato dalla medicina greca antica fino all'erboristica europea del Cinquecento riguarda la corteccia delle radici, impiegata storicamente come antielmintico contro la tenia, grazie agli alcaloidi pelletierina e pseudopelletierina. Questo uso appartiene alla storia della pianta e ai testi di Dioscoride: non rientra nell'erboristica contemporanea, dove le dosi necessarie per l'effetto si avvicinano alla soglia tossica.

Tradizione italiana ed europea

In Sicilia, e più in generale in tutto il Mediterraneo orientale, c'è la tradizione del melograno a Capodanno. Si porta in casa una melagrana ancora intera. A mezzanotte la si lancia a terra con forza, o la si batte sulla soglia di casa. Si contano i semi che cadono: tanti sono i mesi di fortuna, o le monete d'oro dell'anno che viene, o gli anni di salute, a seconda della regione e di chi racconta. La variante più diffusa nel Sud Italia conta i semi per i soldi: quanti ne escono, tanta è l'abbondanza in arrivo. La tradizione è simile in Grecia, in Turchia, in Armenia.

Nel Sud Italia il melograno appeso all'ingresso protegge dal malocchio. Non il frutto fresco, che marcisce: il melograno essiccato, duro come legno, il colore della buccia virato verso il mattone e il rame. Si appende sopra la porta, talvolta decorato con fiocchi rossi o dorati, e riceve le energie negative prima che entrino nella casa. In Calabria e in alcune zone del Molise le neo-spose calpestano una melagrana sulla soglia dopo le nozze: i semi che si spargono sono i figli che verranno, o gli anni di matrimonio felice.

In Grecia antica il melograno era presente ai matrimoni perché era sacro a Era, dea del matrimonio e della famiglia. La melagrana posata sull'altare della cerimonia, ricamata sulle vesti sacre della dea: Era scelse il frutto dai molti semi come suo simbolo. La stessa connessione si ritrova nei Balcani, nell'Europa orientale, in Persia: ovunque il melograno arrivò portò con sé il segno dell'abbondanza familiare, della fertilità, del legame.

Ma il melograno ha anche una faccia opposta, inscindibile dall'altra: è il frutto dei morti. I Greci deponevano melograni nelle tombe. I Persiani li portavano ai funerali: il frutto avrebbe nutrito il morto nel viaggio verso l'altro mondo, e i semi avrebbero garantito la rinascita. Nel simbolismo medievale europeo la melagrana rappresentava la resurrezione: la buccia dura che si apre per mostrare i semi rossi come sangue, la vita che emerge da quello che sembrava finito. Questa doppiezza, abbondanza e morte, fertilità e rinascita, non è una contraddizione da risolvere. È la natura del melograno.

Tradizione classica e celtica

Al centro del melograno c'è Persefone.

La figlia di Demetra fu rapita da Ade e portata nel regno dei morti. Mentre era nell'Ade mangiò dei semi di melograno: sei, secondo Ovidio, tre secondo altre versioni, uno nella lettura più parsimoniosa. Non importa il numero: chi mangia il cibo dei morti è legata al mondo dei morti. Non per sempre, perché Demetra aveva già bloccato la crescita di ogni cosa nel mondo superiore e gli dei avevano dovuto negoziare il ritorno della figlia. Ma per una parte dell'anno Persefone deve scendere nell'Ade, e ogni anno risale, e con lei risale la primavera.

Il mito spiega le stagioni, ma fa di più: fa del melograno il frutto che tiene insieme il mondo dei vivi e il mondo dei morti. Non è veleno: è il vincolo, il patto, la prova che si è stati là. Non si può attraversare l'Ade e tornare come se non fosse successo niente. Persefone torna, ma torna cambiata, e il cambiamento si chiama melagrana.

Afrodite piantò il primo melograno sull'isola di Cipro, secondo una tradizione ellenica. L'isola le era sacra, e il frutto rosso e abbondante era l'espressione della sua forza: il desiderio, la bellezza, la moltiplicazione della vita. Venere governa la fertilità, la sensorialità e il legame tra le creature viventi: il melograno le appartiene per la sua abbondanza di semi, per il rosso degli arilli, per la sua presenza nei riti del matrimonio. Ma Plutone, signore dell'Ade, lo governa ugualmente: non per la morte come fine, ma per la soglia, per il vincolo tra i mondi, per la capacità di scendere e risalire. Venere e Plutone tengono insieme le due camere della stessa balausta.

Era, moglie di Zeus e dea del matrimonio, teneva la melagrana come attributo. Sull'isola di Creta esistevano rappresentazioni di Era con una melagrana in mano, e il melograno era ricamato sulle sue vesti sacre. Il Tempio di Era a Paestum, nella Magna Graecia campana, consacrava alla dea una pianta che portava già da millenni il simbolo della fedeltà e del vincolo. La Campania ha sempre avuto questa familiarità con i confini: il regno dei morti, secondo i Greci che colonizzarono quelle terre, era accessibile dalla zona dei Campi Flegrei.

Il mondo celtico conobbe il melograno attraverso le rotte commerciali fenicie e greche, attraverso Massalia e le colonie iberiche. Non è una pianta dell'isola di Gran Bretagna né dell'Irlanda: il clima non lo consente. Ma il suo simbolismo arrivò, e alcune caratteristiche del frutto risuonano con i miti dell'Oltretomba celtico. Nel Tír na nÓg, la Terra della Giovinezza, i frutti rossi danno immortalità: l'albero dell'Altro Mondo porta bacche di un rosso intenso che nutrono senza finire mai. Le mele di Avalon sono spesso descritte con la stessa qualità del melograno: abbondanza, intensità cromatica, un frutto che non si esaurisce. Non è identità, è consonanza: due tradizioni che hanno guardato lo stesso simbolo da angolazioni diverse, e hanno visto la stessa cosa.

A Samhain il confine tra i mondi è al suo punto più sottile, e l'Altro Mondo fa capolino in quello dei vivi. Il melograno è il frutto che quella soglia la conosce dall'interno: Persefone ci vive per parte dell'anno, e quando torna porta con sé il rosso di quegli arilli, il colore del mondo che ha visitato.

Il legame con il Piccolo Popolo

Il Piccolo Popolo abita i confini. Non il centro delle cose, non i luoghi dove tutto è definito e ordinato: le zone di soglia, i passaggi, gli spazi dove due mondi si toccano senza fondersi.

Il melograno è un albero di confine nel senso più letterale. Porta in sé il simbolo del passaggio tra i vivi e i morti: Persefone mangia i semi e attraversa. La buccia dura protegge l'interno morbido, esattamente come il velo di Samhain separa il mondo ordinario da quello che vi si sovrappone in questo momento dell'anno. Quando la melagrana si apre, i semi brillano: qualcosa di nascosto viene alla luce.

Le tradizioni popolari italiane che appendono il melograno alla porta non lo fanno per caso. La porta è la soglia per eccellenza: il punto dove il fuori incontra il dentro, dove le energie esterne si fermano prima di entrare. Il melograno secco sulla porta dice: qui c'è chi conosce la soglia. Chi tiene i propri morti vicini, chi non ha paura di quello che bussa quando il velo si assottiglia.

Nei giorni intorno a Samhain il Piccolo Popolo si muove più liberamente. In FATE, il libro che raccoglie le storie del Piccolo Popolo che ha attraversato la Radura, alcune delle presenze legate a questo periodo dell'anno sono associate ai frutti rossi, al colore del fuoco e del sangue, alla qualità delle cose che brillano nell'oscurità. Il rosso degli arilli ha questa qualità: non è un rosso tranquillo. È il rosso di qualcosa che brucia al buio, che illumina una stanza da dentro.

Le molte camere della balausta, separate da membrane sottili, rispecchiano qualcosa dell'Altro Mondo: non un luogo unico e uniforme, ma una molteplicità di stanze, ciascuna con i suoi abitanti, ciascuna con la sua luce rossa. Tenere una melagrana aperta sul tavolo in questi giorni, offrire gli arilli: non è un gesto magico nel senso delle formule, è un gesto di riconoscimento. Si riconosce la stagione. Si riconosce che il confine è aperto. Si lascia sul tavolo il frutto che conosce la strada da entrambe le parti.

Uso magico pratico

Per la tavola di Samhain e il lavoro con gli antenati. Una melagrana aperta sul centro della tavola dei morti, con gli arilli esposti, è la forma più diretta di lavorare con questa pianta in questa stagione. Si conta mentre si apre: ogni seme è una presenza, ogni arillo è un nome che si porta in mente. Poi si offre: un piattino con gli arilli sul lato dell'altare dove si sono posati i nomi o le fotografie degli antenati. Al termine del rito, gli arilli si portano fuori o si lasciano consumare dalla terra.

Per la protezione della soglia. Un melograno essiccato appeso alla porta principale, con un fiocco rosso o dorato, è uno dei talismani domestici più antichi del Mediterraneo. Si lascia lì per un anno intero, fino al Samhain successivo, poi si sostituisce. Il vecchio si brucia nel fuoco di Samhain se si fa: porta con sé le energie che ha intercettato nell'anno.

Per l'abbondanza. La tradizione del Capodanno si può anticipare: nella notte di Samhain, quando il ciclo si chiude e un nuovo ciclo comincia, si apre una melagrana sul tavolo e si contano i semi mentre si pensa all'anno che viene. Non come profezia: come intenzione. Ogni seme è qualcosa che si vuole seminare nel periodo di buio prima che la luce ritorni.

Per il lavoro di trasformazione. Il mito di Persefone non parla solo di discesa: parla di chi scende e torna. Di chi visita il buio e porta qualcosa con sé quando risale. Un lavoro di meditazione con una melagrana in mano, o con il succo degli arilli come offerta durante la pratica, porta questa qualità: la volontà di guardare in fondo a qualcosa di difficile, sapendo che si potrà risalire.

Per l'amore e le nuove unioni. Il melograno è di Afrodite e di Era insieme: il desiderio e il vincolo, la scintilla e la continuità. I semi sparsi nel nuovo spazio o sul davanzale, il succo di melagrana offerto prima di un incontro importante, la melagrana portata come regalo di casa nuova: sono gesti che appartengono a questa linea, radicata in tremila anni di tradizione mediterranea.

Note dalla Radura

La melagrana si apre da sola quando è pronta.

Non serve forzarla. Se la si lascia sull'albero abbastanza a lungo, dopo le prime piogge autunnali la buccia si fende e l'interno viene alla luce. È uno degli spettacoli più belli del giardino di ottobre: il melograno che apre i suoi frutti come piccole lampade rosse, gli arilli che brillano nel sole basso.

Siamo in quella settimana dell'anno in cui qualcosa che è rimasto chiuso durante l'estate tende ad aprirsi. Non per forza qualcosa di bello o di semplice: a volte è qualcosa che aspettava di essere guardato. I miti sulla melagrana, tutti, parlano di questo. Persefone non sapeva di stare mangiando il frutto dei morti, o forse lo sapeva e ha scelto comunque. La tradizione del Capodanno conta i semi per l'abbondanza: ma prima di contarli bisogna aprire il frutto, e aprirlo significa accettare quello che si trova dentro.

Questa settimana, se riesci a trovare un melograno, aprilo. Conta i semi se vuoi. Offrine qualcuno sulla finestra, o sul tavolo dove tieni i nomi di chi non c'è più. Non serve fare niente di più complicato di questo: il frutto conosce già la strada.

🌿 Lilithluna — Faeries of the Grove

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